Una lettera da…

una lettera da

Contest letterario dal tema: “Una lettera da…”


Carmine Del Mondo

Una lettera da… maledire

Ti cerco, ti sfioro, ti accarezzo, ti tasto e tu crudele mi lasci privo di parole, permalosa tagli le mie frasi, bastarda mi soffochi la poesia.
Perché? Cosa ti ho fatto di così orribile da scomparire ai miei occhi. 
Ce la posso fare lo stesso, mi dico, e ora te lo dimostrerò.
Troverò le parole, troverò le frasi, quelle poche vuote del tuo essere, e te le dedicherò. 
Cosi capirai che posso scrivere lo stesso, posso vivere lo stesso.
Potrei dirti che ti amavo, ma sarebbe falso, eri solo schiava delle mie dita, tu come le altre. Hai poco da essere gelosa che da sola sei spoglia e priva di valore, ma ora capisco come fossi basilare. 
Potrei forse chiederti scusa, pregarti, supplicarti di ridarmi traccia di te. Ma sarebbe solo perdita di tempo. 
Peccato però, sarei più felice se solo riuscissi a scriverti che mi ma…
Maledetta acqua, maledetta tastiera, maledetta lettera di merda.


Nonno Enio

Lettera da un inginocchiatoio (ma stando seduto)

Cara Maria,
tu sei lì con quel bimbo in braccio, col vestito bianco e il mantello azzurro, circondata di luce, qualche metro più in alto. 
Mezza giornata a settimana io ti tengo compagnia anche se, magari, preferiresti qualcuno più devoto. 
Però diciamocelo: non è che ci sia questa gran folla e nemmeno lo puoi considerare un successo vedere un ateo che tiene aperta una chiesa per mancanza di altri volontari.
Io arrivo a messa quasi finita e i fedeli sono così pochi che, fra qualche anno, il prete rinuncerà per mancanza di pubblico. 
Come un vecchio rocker ormai dimenticato da tutti, uno che fa un genere ormai superato. 
Mi chiedono perché IO sto qui. 
Risposta sincera? Perché l’arte, anche quella che non incontra i miei gusti, è sempre frutto di fatica e di impegno. 
E la fatica e l’impegno meritano rispetto. Magari sotto forma di qualche ora a rompersi i maroni in una chiesa quasi sempre deserta.
E poi i vecchi rocker hanno tutta la mia simpatia.
Infedelmente tuo
Eugenio


Esther Pellegrini

Nova Iorc 1921

Mia cara molie, io sto bene come spero di voi. Dopo otto anni ca sugnu alla Merica, pi quannu sancue sputo e pi quannu travagghiu onestamente, i mericani mi disprezza uguale. Sugnu fatti passare una legge adesso ca risse ca pi viviri ca bisogna chi sapi legge et scrive. Almeno un poco. Quinti cara molie abi cura di secuire i miei indicazioni masannò ti rimandano arrè. 
In primisi devi farti fare il pasaporto chi pi migranti e gratuito Poi devi farti fare u certificato di alfabettismo, da u sinnico di Misilmeri. E certificato di penalita, richiesto pi uso migratorio pi travagghiari, come mischina, richiesta da u sinnico a tribunale. Supra a scola havi a sapere chi dumannano di legge una trenta o quaranta righi ca puo esse in taliano in mericano o in dialeto Sapi ca i mericano fanno multe o rimandano arrè se tu ci dici ca qui havi gia un giobb, picchi pi loro chistu veni ha significare ca aumenta u travagghiu a nivuro quindi ala domanta ca tu ci ai un lavoro ci devi dire no! capito! 
Spero ca i figghi sta bene e cresce sani e spero ca prima o poi tu vieni a merica. Li’itaglia manca asai, ma non torno masannò mi arestano ca non o fato la guerra. Li’itaglia mi a scaciato picchi sugnu povero e quinti rimano qua. Saluta e bacia tuti da parte me e dici ca mi manca. Inviotti na me foto con Mimì. Saluti ha Rosalia. Tuo marito Calogero Billò.

[tratto da “Merica, di miseria e lustrini”]


Rosaria Marchini

Ti ho visto nascere in un giorno di aprile chiaro di sole, mentre il rosa della mia festa di compleanno sbiadiva nell’azzurro dei tuoi fiocchi appesi.
Ti ho visto crescere, denti bianchi e capelli neri, mentre a poco a poco la maledetta ti avvelenava la mente, ti pestava gli occhi e ti schiacciava l’anima. Prigioniero in quel letto, ti ha portato via tutto, la parola, le mani, la luce, ingabbiando anche la mia gioventù e la mia tenerezza in una ragnatela di rabbia e di sensi di colpa.
Ti ho visto morire, in un giorno di febbraio bianco di neve, mentre il mio cuore grigio di paura lentamente si schiariva. Il suono della macchina si è fermato così come il tuo respiro rauco.
E in quel silenzio artefatto, in quel vuoto siderale, ho capito che ti ho amato sempre, fratello mio.


Panta rei

Leggimi
Fuori, al buio, diluvia e l’unico suono che sento è quello della pioggia che batte sul terreno.
Questa notte ho voglia di parlare con qualcuno.
Non è vero, chi prendo in giro: non ho voglia di parlare con qualcuno; ho voglia di parlare con Te, di sentire la tua voce.
Se potessi verrei di là in camera e mi stenderei al tuo fianco, scuotendoti quel poco che basta per svegliarti. 
Mi diresti: “Non posso svegliarmi, tesoro, mi dispiace”. Ti risponderei: “Dormi, amore mio”, accarezzandoti il viso.
Mi basterebbe.
Se potessi ti chiamerei al telefono: “Tesoro, a che ora torni?”. Mi risponderesti sorridendo: “Non posso tornare tesoro, mi dispiace”.
Mi basterebbe.
Se potessi t’incontrerei in sogno e ci sederemmo ad un tavolino di quella terrazza al lago, dove ci conoscemmo quarantanni fa, a discutere di libri e musica.
Mi basterebbe.
Se potessi tornerei indietro nel tempo per dirti mille e mille volte ciò che ti dissi troppo poco.
Ma non posso farlo e allora te lo scrivo.

Questa è la mia lettera per Te.


Isidoro Giurgola

Capita di ritornare dopo anni di lontananza nella casa in cui sei nato e di sentire rumori odori e sapori che non riesci più a mettere a fuoco. Se sfogli vecchie foto ti capita tra le mani una busta col tuo nome scritto con la stilo un po’ sbiadito. Senti un profumo che non hai dimenticato appena appassito. Una lettera colore pastello che viene da lontano ed ha il sapore del tempo sprecato.

È come se ancora il vecchio postino ti dicesse: ecco una lettera. Tu pensi che il dolore che provi in quel momento ha il volto scavato e gli occhi chiari di quell’uomo. Lo segui col pensiero e lo guardi che si allontana. Ha la giacca lisa e la borsa di cuoio gli pende dalle spalle gracili. Sono certo che nel petto gli batte un orologio rotto. Continua la sua consegna, sbuca timido nei portoni, cammina lungo i muri, poi scompare in qualche porta e pensi che quella che consegnerà sarà una lettera di felici notizie. Preghi che sia così.


Jessica Baroni

L’Olandese Volante
Anno 1617

Il mio nome è Bernard Fokke.
E sono colui che la Morte ha rifiutato.
Se questo deve essere il mio lascito, che possa portarvi il terrore che il mio nome ispirerà nei secoli a venire. Poiché mi avete chiamato rinnegato, fratello demoniaco, satanasso.
Vi siete presi la mia libertà nel nome di un sospetto, e avete ucciso il piacere del sale sulla pelle, coprendo la scia dei miei passi con il sentore della peste e dell’inferno.
Ma io veleggerò tra i flutti in eterno, figlio delle tempeste e del cielo stellato, e quando vedrete le mie vele sciogliere il profilo dell’orizzonte, saprete che la vita, aye, lei mi ha dimenticato, ma non la madre al cui ventre appartengo, quella la cui voce incanta le sirene, la cui anima riposa nel gelo dei fondali, e il cui corpo di onde e sabbia ogni giorno mi restituisce alla luce, violento e sublime. 
Portatore di blasfemia. Traghettatore degli Annegati. 
Sarò tutto questo e non avrò pace per voi che nell’abbraccio della corrente.


Maria Iervolino

Lettera da chi mai mi disse

Ciao come stai? Qui dove io sto mancano un po’ di cose, ma alla fine lo sai mi arrangio sempre. Volevo dirti che in questi anni mi sei sempre mancata e scusa se non te l’ho mai dimostrato. Cerca di capire ché poi in fondo mi somigli tanto: nei silenzi e nell’orgoglio. È stato solo il sacrificio a renderci diverse. Tu disposta a ogni cosa, io quasi a niente. Me ne andai senza sapere né capire, per tanti anni in seguito mi hai rinnegata. Io ci ho creduto al tuo rifiuto, non ho saputo leggere il dolore del non sentirti amata. Chiusa nel mio, a spendermi in sorrisi dolci di sigarette in bocca e le tenerezze amare che tu mi hai viste intere. Non ho capito che tu potessi scavare così a fondo, né scorto segni di perdono, già pronto per essere servito. Ho continuato in maschera a ritenermi dura mentre di debolezze mie morivo. Basta, basta con le parole. Il punto esatto è quel perdono che non ho chiesto mai, ma già immagino il tuo dire: non serve chiederlo, mamma, non serve più. Riposa in pace.

Antonella Perilli

La lettera non recava nessun destinatario ed era priva di mittente. Sul retro a caratteri piccoli e ben formati una scritta misteriosa: Una lettera da…
Filippo si mise in tasca la busta ripromettendosi di leggerla prima di cena, era sicuramente per lui, non ce li vedeva i suoi genitori alle prese con intriganti sconosciuti.
Il cellulare squillò all’improvviso e sentendo la voce della sua amata appoggiò distratto le chiavi insieme alla lettera e si diresse in camera.
Sua mamma, con la malcelata frustrazione di chi non è stata salutata, si apprestò a appendere le sue chiavi accorgendosi della lettera.
Con curiosità se la girò tra le mani e dopo aver letto la strana intestazione con destrezza se ne appropriò e la portò in cucina.
Pochi minuti dopo trillò il telefono di casa, proprio mentre suo marito girava la chiave nella toppa.
Dal corridoio, attaccata alla cornetta, lo vide dirigersi verso la cucina e dopo pochi minuti uscirne con fare sospetto e con una busta che sporgeva dalla tasca della sua giacca.
Fu a quel punto che qualcuno suonò con vigore al campanello e fu Filippo ad uscire dalla camera e ad aprire la porta.
Era il vicino.
“Sono venuto a riprendermi la mia lettera” disse mentre la vergogna passava da un membro all’altro della famiglia e la lettera ritrovava il suo destinatario.


Olimpia Avellino Pantò

La guardo ancora una volta: Giulia, 14 anni non compiuti, adesso riposa, ho dovuto sedarla, gridava e si contorceva e non riuscivo a visitarla.
Mi siedo inerme. Sulla scrivania, un foglio e la penna, lancia spuntata contro la mia vergogna.
Mio Dio, perché?
Capisco che il primo esperimento non sia riuscito bene, ma Tu che tutto vedi, potevi anche gettarlo via, mandarlo in orbita nello spazio infinito, farlo atterrare su un pianeta abitato solo da scarafaggi che, se proprio ci teneva, poteva violentare quelli
La secondogenita ti è venuta meglio.
Potevi lasciare il mondo alle donne.
Bastava si potessero riprodurre per gemmazione o per talea, come le piante. Interrando un’unghia o una ciocca di capelli, per poi, dopo un paio di settimane di acqua e sole, raccogliere minuscole bambine da attaccare al seno.
Non farei il lavoro che amo, col quale cerco di darTi una mano. Magari mi sarei occupato dei giardini o non sarei nemmeno esistito, né io né gli altri. 
Cancellati.
Come gli errori.


Paola Ferrero

(Una lettera dall’) Inferno

Lo senti? È sempre la mia pelle che ti cerca.
Anche adesso la mia mano cerca di sfiorarti il volto mentre mi insulti, mi sputi addosso e mi prendi a ceffoni; ora che il tuo peso mi schiaccia al suolo e mi toglie il fiato, i miei occhi ancora si voltano in cerca dei tuoi. In questo momento, mentre la minaccia si fa concreta, mi viene in mente il primo bacio scambiato in uno squallido hotel. La tua bocca e il sapore intenso, lo sguardo feroce, quello che ci ha resi complici fin qui. 
Non è amore, forse? Oh, io sono certa che lo sia. Se non mi meritassi ogni tuo schiaffo potrei dubitare ma sono io che sbaglio, che sono lercia e impura: la puttana sono io e tu hai ragione. Non mi punirai mai abbastanza per ripulirmi da questa natura. E se mi dici che ho sbagliato, che ho tradito con uno sguardo e che non sono cambiata in questi anni è probabile che tu sia nel giusto.
La mia pelle brucia, il viso sbattuto al suolo e il sangue che si appiccica a terra eppure morirei per un tuo bacio. Sono tua.


Maria Antonietta Colonna

Lettera della Ragione al Cuore

È da tempo che cerco di parlarti, ma visto che non fai altro che abbassare il volume della mia voce per non ascoltarmi, ti scrivo. Ci facciamo guerra da sempre, anche se finora ho sempre vinto io, ammettilo. Ho cercato di domarti, di contenere la tua fame di emozioni, i tuoi eccessi di velocità dettati dalla tua necessità di sentirti sempre accelerato. Ultimamente però ho sentito che stavi cambiando. Ti stavi spegnendo. Non c’era mai niente per cui litigare. Ma poi è arrivato lui. Hai incontrato la persona giusta con cui fare la cosa sbagliata. Perché gli errori emozionano. Hai creduto di innamorarti. E ti ho lasciato fare, sapendo che poi ti avrei presentato un conto salato. Ora stai sanguinando, ma cocciuto come sei non mi invochi per venire in tuo soccorso perché non ammetterai mai di aver sbagliato. Devo confessarti una cosa: questa volta volevo vincessi tu, perché ti ho visto felice come non mai. E ho provato invidia per te perché io libera e felice non lo sono mai stata.


Calogero Virzì

Una lettera dall’editore

Caro Calogero,
Sì, sono proprio io. Ho ricevuto il manoscritto e letto la prima pagina. Quanta profondità, quanta poesia, quanto vivo sentimento e armonia in queste due righe! E’ così illuminante che quasi il mio cuore cinico è collassato. Ti pagherò tutto purché tu venga subito da me. Ho già preparato il contratto, compreso l’anticipo che ti permetterà di campare per il resto dei tuoi giorni, e ti dirò di più: non voglio un centesimo, tutti i ricavi andranno solo a te, perché il mio guadagno sarà il privilegio di aver scoperto il talento narrativo più grande che questo secolo ci abbia offerto. Ti adotterei anche, se penso a quell’idiota di mio figlio che ha difficoltà a leggere i menù di un fast food.
Lo so e lo sai tu, questo è solo un sogno. Il tuo sogno. Ma non ti preoccupare, perché domani sarai libero da impegni e puoi dormire fino a tardi. Allora continuiamo qui, io e te insieme, prendi l’aereo e abbracciamoci, perché solo adesso la tua felicità non ha pudore.
Il tuo editore


Valeria Bukowski

Cara Vale,
è inutile che continui a scappare. Siamo più veloci e ti prenderemo. Ora sei nel pieno della luce. Raggiante, giovane, piena di speranza. Ma lo sappiamo entrambi che sarai nostra. Sappiamo entrambi che celi il lato più oscuro. Lo percepiamo. Sentiamo l’odore. Ci sarà tempo per inghiottirti. Per ora immergiti in quella luce accecante che promette l’eternità, ma è fasulla, fidati. Noi siamo il tuo destino. Il tuo desiderio nascosto. 
Lo senti quel manto invisibile che ti abbraccia?
Siamo noi. Siamo le tenebre.


Franci Gi

“Una lettera da”
Aveva preso una canna di bambù per sondare la profondità, attraversare a piedi nudi il fiume e raggiungere quell’angolo nascosto dove nascondeva la malinconia. I lunghi steli, ritti al margine dell’acqua, avevano sulla testa ciuffi di fili d’oro che come piume ondeggiavano nel movimento della corrente. Li colpì con la canna, delicatamente, quando un ranocchio, con un balzo, fece svolazzare dal cespuglio un foglietto di carta ingiallita. Lo raccolse. Si sedette sulla riva del fiume e col cuore in tumulto lo lesse e lo rilesse, poi scoppiò a ridere asciugandosi gli occhi…
“Una lettera così l’avrei voluta da lui, invece… l’ho ricevuta da un rospo”.

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